Atlante

Pubblichiamo il bell’articolo di Renato Mele, prode odontoiatra toscano, rappresentante della Consulta ENPAM per la libera professione, che riassume gli ultimi accadimenti sull’incredibile vicenda “Atlante 2″.

Il caso Atlante e l’ENPAM

Secondo la mitologia greca, Atlante fu costretto a tenere in eterno sulle spalle l’intera volta celeste per aver collaborato ad una rivolta contro Zeus. Riuscì a convincere Ercole a sostituirlo temporaneamente nella sua punizione, a patto che quegli andasse a raccogliere i pomi d’oro delle Esperidi. Tuttavia per Eracle fu assai difficile convincere Atlante a riprendere il suo posto, e dovette ricorrere ad uno stratagemma: gli chiese di tenere momentaneamente la volta per potersi mettere qualcosa sotto le ginocchia.

Atlante ci chiede di aiutarlo a reggere la volta celeste ed in cambio ci promette un favore. Quale in verità? E riusciremo noi, come Ercole, a rendergli prima possibile il suo fardello?

Il “buco” del Monte dei Paschi di Siena nasce da lontano e, a quanto pare, non accenna a risolversi. Ma se forse solo oggi se ne comincia a conoscere le dimensioni, già da tempo se ne conoscono le responsabilità. Nel 2012, quando si mise mano ad una disastrosa crisi del MPS, emersa tecnicamente ai tempi della gestione Mussari ed al prezzo pazzesco per l’acquisizione di Antonveneta, ma politicamente legata alla gestione scellerata della sinistra senese e nazionale fin dai tempi più remoti, lo Stato non intese intervenire direttamente, azzerando gli azionisti, ripulendo gli attivi e rivendendola al mercato. Eppure le regole europee lo consentivano. Evidentemente il costo di tale operazione sarebbe stato anche politico, oltre che economico. La scelta fu, invece, quella di salvare la Fondazione MPS, cara al PD, e costringere la Banca, priva però di redditività, a pagare interessi altissimi per i Monti bond concessi. Oggi siamo al punto di prima, con il MPS che, pur non essendo la sola banca in difficoltà, rappresenta comunque per dimensioni e visibilità il paradigma delle banche italiane, nessuna delle quali si è sottratta alla prassi del credito “relazionale”, dei prestiti a soci e amministratori privi di garanzie, dei patrimoni di vigilanza autofinanziati per anni vendendo proprie azioni e obbligazioni a chi semplicemente voleva mutui e prestiti. Il tutto sotto la regia, almeno nel caso MPS, di una precisa parte politica che si è sempre attribuita una superiorità morale rispetto al panorama dei partiti italiani. 

I fatti di oggi

A quanto pare il problema non è risolto, anzi, ma con la differenza che, con le nuove regole europee, lo Stato non può intervenire direttamente nei salvataggi delle banche. Ecco perché è recentemente nato il Fondo Atlante che, comunque sotto la regia dello Stato, dovrebbe comprare dal MPS i suoi crediti deteriorati, liberandolo da una bella fetta dei suoi passivi di bilancio. Bisognerà poi che si impegni a recuperare i crediti acquistati, possibilmente ricavandone più di quanto li ha pagati. E’ quanto fanno già oggi le società di recupero crediti, in circostanze però molto più modeste. In questa operazione il governo ha chiesto la partecipazione economica delle Casse di previdenza, visto che formalmente non si configurerebbe aiuto di stato, e trovando come argomento positivo che così si sostiene “il sistema paese”. In sostanza ci viene detto che se”…l’economia andasse a rotoli non ci sarebbe più lavoro e nemmeno soldi per pagare i contributi previdenziali…”. Quindi tanto vale dare una mano a tenere su la baracca… L’argomento non regge e diventa pericoloso accettarlo per buono, in quanto in futuro ci potrebbe venire chiesto di intervenire in tante altre situazioni di crisi, dall’ILVA di Taranto  alla crisi della acciaierie sarde e così via dicendo. Queste sono circostanze di cui lo Stato, in un modo o in un altro, si deve fare carico, possibilmente anche individuando responsabilità e punendo i colpevoli. Per le Casse il sistema paese si sostiene con gli investimenti e non con ipotetici ricavi dal recupero di crediti deteriorati. Da più parti si sostiene invece che questa richiesta nei confronti delle Casse si configuri come un vero e proprio ricatto da parte di un governo che, dopo aver sempre negato che esistesse in Italia un “problema banche”, è oggi con l’acqua alla gola proprio su questo versante, ma non solo. Il Presidente ENPAM Oliveti, che è anche Presidente ADEPP (il consorzio delle Casse previdenziali libero professionali) ha pragmaticamente condizionato, almeno per ENPAM, l’accettazione a questa iniziativa all’esaudimento di tre precise richieste: - maggiore autonomia - maggiore libertà di investimenti - riduzione della tassazione sulle rendite da investimento. Si tratterebbe così di uno scambio e non più di una imposizione. Ma è veramente uno scambio che ci interessa? 

- Non mi sembra che l’autonomia ci manchi più di tanto. Al di là delle lungaggini legate ai passaggi ministeriali, in tutti questi anni l’ENPAM ha potuto cambiare Regolamenti, Statuto, sistema di rappresentatività, in maniera perlomeno singolare e molto contestata. Lo stesso dicasi della riforma previdenziale del 2012, avallata da studi attuariali perlomeno singolari. Ma i Ministeri vigilanti alla fine hanno accettato e tanto basta. Anzi, l’approvazione ministeriale ha dato loro un bollino di credibilità non sempre meritato. Se poi ci vogliamo lamentare perché gli stessi Ministeri ci hanno negato la possibilità di ridurre il contributo quota a “a vantaggio dei giovani”, quando sappiamo che quella iniziativa non aveva alcuna solidità tecnica ma intendeva piuttosto ingraziarsi i colleghi ospedalieri alla vigilia delle elezioni, facciamolo pure. Oltretutto di autonomia ne abbiamo, visto che il governo non ci può costringere, ma siamo in grado di porre condizioni, o addirittura di rifiutarci, come ha fatto la Cassa dei commercialisti. 

- Lo stesso dicasi della libertà degli investimenti. Se negli ultimi tempi in ENPAM si sta decisamente abbassando la rischiosità degli investimenti non è certo per nuove e più stringenti regole ministeriali che ci pesano e ci soffocano, ma semplicemente perché si è dovuto prendere atto dei gravi errori del passato, presi in assoluta autonomia. Quale paura, quindi, di nuove regole se noi stessi ce le siamo già date? Paradossale, poi, che si chieda più libertà di investimenti a chi ci propone un investimento ad altissimo rischio! 

Ovviamente interessante la terza condizione, quella della riduzione della tassazione sulle rendite che, in maniera sconsiderata, è diventata superiore a quelle della previdenza complementare. Peccato che l’unica condizione utile e interessante per tutti noi non ci verrà mai concessa, in quanto creerebbe un buco nel bilancio dello Stato difficilmente colmabile, se non attingendo risorse da improbabili nuove sorgenti.

Potrebbe succedere che, una volta preso atto che la terza condizione non è accettabile, ci si contenti delle prime due. In questo caso, per una regola dei contrappesi, il livello dei controlli interni dovrebbe necessariamente aumentare, ma non mi sembra che questo rientri nelle abitudini e nelle capacità della nostra categoria che, almeno fino ad ora, ha tenuto nei confronti del suo Ente previdenziale un atteggiamento distratto, permissivo, e talvolta perfino ipocrita. Una ulteriore riduzione del controllo statale, seppure non privo di errori, omissioni e talvolta compiacenze, sarebbe a mio giudizio un grosso rischio in quanto, in caso di una vera crisi, la possibilità di appellarsi allo Stato come “garante di ultima istanza” si ridurrebbero notevolmente.

Ecco perché spero vivamente che questo accordo non si faccia

Renato Mele – Rappresentante toscano nella Consulta ENPAM della libera professione

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